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Governo e operatori degli affitti brevi in rivolta contro le nuove regole UE

Roma contesta Bruxelles mentre FIMAA, AIGAB e FIAIP respingono l'Affordable Housing Act

Scale Team

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martedì 29 settembre 2026 alle ore 12:02 · 2 min di lettura

L’Italia è diventata il punto di maggiore tensione nella reazione europea all’Affordable Housing Act UE, il quadro normativo presentato il 9 settembre 2026 dal Commissario alla Casa Dan Jorgensen. La misura consente ai comuni di limitare gli affitti turistici e l’acquisto di seconde case nelle zone di stress abitativo, definite come aree in cui i prezzi degli immobili superano di oltre otto volte il reddito medio locale.

Roma si è mossa rapidamente verso lo scontro aperto con Bruxelles. Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il PNRR, guida la spinta del governo a contestare il quadro normativo e a proteggere l’Italia da vincoli obbligatori, sostenendo che la norma equivalga a Bruxelles che detta la politica abitativa nazionale. Le principali associazioni immobiliari e degli affitti brevi del Paese si sono schierate a sostegno di questa posizione con critiche quasi unanimi.

FIMAA ha definito il regolamento irricevibile e lesivo del diritto di proprietà e della libertà contrattuale, contestando in particolare il meccanismo di stress abitativo che consentirebbe ai comuni di dichiarare lo stato di emergenza. AIGAB, che rappresenta i gestori, ha contestato le premesse del regolamento con dati di settore. FIAIP ha sostenuto che la crisi abitativa ha cause molto più profonde degli affitti brevi. Tutte e tre negano qualsiasi legame comprovato tra affitti brevi e aumento dei canoni di lungo periodo.

Perché è importante per gli operatori

Il quadro normativo non è vincolante sui tetti agli affitti. Fissa le condizioni che i comuni devono soddisfare prima di introdurre limiti, non designa alcuna città, non impone limiti di giornate e prevede una scadenza di cinque anni per ogni restrizione salvo rinnovo. Ciononostante, il suo arrivo sta già innescando una reazione nazionale che potrebbe ritardarne o attenuarne l’applicazione sul territorio.

Per gli operatori la rilevanza è duplice. La reazione mostra che l’attuazione sarà contestata mercato per mercato anziché uniforme in tutto il blocco. Inoltre fornisce al settore prove comparative che le restrizioni non producono accessibilità economica. Gli operatori citano Barcellona, dove i canoni sono cresciuti del 72 per cento al metro quadrato in concomitanza con un blocco delle licenze in vigore dal 2014, e i Paesi Baschi francesi, dove solo il 5 per cento delle 6.000 unità ritirate dal mercato degli affitti brevi è tornato alla locazione di lungo periodo.

I numeri al centro della disputa

Dato Valore
Annunci STR con CIN attivi (Italia, ago 2026) 510.000
Quota STR sul patrimonio abitativo UE 1,2%
Quota STR sul patrimonio abitativo italiano Meno del 2% di oltre 35 mln di unità
Società di gestione / dipendenti (Italia) 45.000 / 150.000
Variazione canoni a Barcellona dal blocco licenze 2014 +72% al metro quadrato
Unità STR nei Paesi Baschi tornate al mercato di lungo periodo 5% delle 6.000 ritirate

Il ragionamento del settore si fonda sulla scala. Se gli affitti brevi rappresentano poco più dell’1 per cento del patrimonio abitativo europeo e meno del 2 per cento degli oltre 35 milioni di unità residenziali italiane, sostengono gli operatori, non possono essere il principale motore di una crisi di accessibilità, e limitarli non la risolverà mettendo al contempo a rischio 150.000 posti di lavoro italiani.

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